Con le pesantissime
condanne per devastazione e saccheggio inflitte, venerdì scorso, ai
manifestanti che presero parte agli scontri del G8 di Genova nel
luglio del 2001, si può finalmente considerare conclusa quella
tragica pagina della nostra storia recente.
Penso che per la mia
generazione il G8 di Genova sia assimilabile a quanto aveva
rappresentato, per la generazione dei miei genitori, la strage di
piazza Fontana: la perdita dell'innocenza. Uno shock emotivo tremendo,
l'evento che ti catapulta, brutalmente, nella realtà. Il diciottenne
del 2001 capì in quell'occasione che partecipare ad una
manifestazione politica poteva voler dire sputare i denti, finire in
coma o addirittura non tornare più a casa. Improvvisamente, il
ragazzino progressista ed alternativo scopriva che l'impegno politico
non era una partita della Playstation e che quel potere che lui
vagheggiava di abbattere con una “rivoluzione popolare” era di
fatto pronto a passare sopra di lui con l'inesorabilità e la
spietatezza di un carro armato. Io stesso scoprii che la forza delle idee, il dialogo, la capacità di parlare e
ascoltare gli altri erano solo delle favolette con cui ero ero stato educato: Genova
insegnava a me e ai miei coetanei che il Potere è qualcosa di
talmente grande da essere insormontabile, inscalfibile dal tuo solo
coraggio, dai tuoi buoni propositi o dai suoi sogni.